Come si sta evolvendo la politica in relazione allo strapotere dei social media? Tra moderati e sovranisti, la parola chiave è la paura, come dimostrano le alterne vicende di Trump e la vittoria (incredibile dictu!) di Letta.

Il mondo del centrosinistra è in tripudio. I compagni hanno vinto, facendo argine all'avanzata del sovranismo. Due settimane fa si è festeggiata la vittoria del commissario EXPO 2015 a Milano, e dei suoi colleghi a Bologna e Napoli. Oggi si sono aggiunte Roma e Torino. Oddio, a dir la verità, questi stessi signori, prima del berlusconismo e del renzismo, sarebbero stati candidati dalla destra. Ma oggi dobbiamo accontentarci, questo passa il convento.

I media mainstream celebrano questo ritorno alla ragionevolezza del popolo italiano, non più succube delle violente emozioni suscitate dai partiti sovranisti, e più incline a votare per le scelte di buonsenso, rappresentate perfettamente da Mario Draghi e dal suo colorato poliforme governo.

Ma è davvero questa la storia? Su queste pagine stiamo analizzando da tempo l'influenza devastante sull'informazione, sulla democrazia e sulla società dei social media, fenomeno di massa che combina stupidera e bisogno di inclusione (vedi l'argomento Bestia). Il primo capitolo è stata l'elezione al primo mandato presidenziale di Obama del 2008, la prima avvenuta con il coinvolgimento massiccio dei social media. Il 2008 in USA vide l'affermazione di un candidato per certi versi di rottura, nero e liberal, ma tutto sommato moderato e fedele all'establishment economico.

A prima vista, i social sono apparsi come uno strumento in più nelle mani dei pubblicitari, con le stesse caratteristiche. Per cui, basta investire i consueti fiumi di denaro, e il medium diventa tuo. Ma, a ben vedere, erano già presenti i segnali che si trattasse di qualcosa di completamente diverso. La caratteristica fondamentale sembrava essere l'impoverimento del messaggio veicolabile dal medium. E, visto che quel medium sarebbe diventato predominante, si trattava dell'impoverimento del messaggio della politica. I messaggi di Obama erano in quel momento piuttosto semplici, riassumibile nello storico slogan "Yes, we can."

Ce la possiamo fare. A fare che? A insediare un nero alla Casa Bianca, a simboleggiare il riscatto dei reietti, dei dimenticati. Poco importava che il simbolo dei reietti sarebbe diventato il re della guerra dei droni, con centinaia di morti sulla coscienza, che la sua riforma della sanità sarebbe stata una delusione, che il carcere di Guantanamo sia ancora lì, a gridare vendetta al cospetto di Dio. Il messaggio semplice non prevede approfondimenti, complessità. Yes, we can. Il resto è fuffa.

Nel 2008 nessuno pensava che l'impoverimento della politica avrebbe portato alla deriva dei sovranismi. Ma questo è stato il risultato scontato della rivoluzione: "messaggi semplici" significa che chi riesce a imprimere in poche parole un forte contenuto emotivo, vincerà. E qui sta la chiave per decodificare la politica mondiale dello scorso decennio, che ha visto sì la (scontata) riconferma di Obama, ma anche l'ascesa delle destre nell'Europa dell'est, i 5 stelle e Salvini in Italia, la Brexit nel Regno Unito e Trump presidente negli USA.

Eh, sì, perché nell'era dei social non vince necessariamente chi ha più denaro, ma chi riesce a veicolare sé stesso negli stringati comunicati permessi dai social. Non sono più solo i soldi a determinare il successo di una campagna elettorale (soldi che, beninteso, non devono mai venire a mancare) ma soprattutto la capacità dei candidati di parlare 'alla pancia'. Le emozioni, non più i programmi, diventano i perni su cui si basa la campagna elettorale. Ma anche le emozioni hanno una gerarchia. All'entusiasmo, che caratterizzò la campagna di Obama del 2008, si stava sostituendo un sentimento più forte: la rabbia. La rabbia degli esclusi dall'economia globalizzata, delle persone 'per bene' di fronte al dilagare della criminalità, dei bianchi nei confronti dell'invasione degli immigrati. Sono questi i cavalli di battaglia che resero possibile la vittoria dei 5Stelle e, in parte, della Lega nel 2018. E, come si vede, il risultato non premiò affatto chi aveva, in quel momento, il budget elettorale più alto, bensì chi aveva saputo cavalcare meglio ondata emotiva veicolata via social.

La lezione più importante la diede comunque Trump nel 2016, quando divenne presidente contro tutti i pronostici, anche qui con un budget inferiore rispetto alla concorrente. È difficile pensare a Trump come a un genio. Su queste pagine lo definimmo "misogino, razzista, plutocrate, prepotente, vanesio, accentratore, dispotico, fascista. In poche parole, il classico maschio bianco americano medio." Ma i fatti furono incontrovertibili: di un genio si trattava. I suoi cavalli di battaglia furono l'immigrazione, la recessione e il terrorismo, e qui mescolò il sentimento che faceva parte del 'mood' populista, la rabbia, con un altra emozione, la paura. L'emozione che sarebbe diventata determinante nella fase successiva, e che avrebbe determinato le sorti del mondo da allora in poi. Eravamo entrati in piena epoca dei social, in cui l’approfondimento non esisteva più. L’informazione era urlata e si fermava in superficie. Faceva molto di più una foto fake di neri che ballavano su un barcone, che mille pagine di riflessioni sul potere e sulla strumentalizzazione.

Trump, sì, come nessuno mai seppe parlare alla pancia della gente. Cavalcò i social media, che non lo amarono mai, come nessuno prima di lui. Non si sottrasse mai al confronto con le frange più estremiste dei suoi sostenitori, anche se assolutamente impresentabili e imbarazzanti, come i seguaci di Q-Anon (a tal proposito, segnaliamo il miglior testo mai scritto sul complottismo: La Q di qomplotto, di Wu Ming 1), la cui azione sarebbe culminata nell'assalto a Capitol Hill lo scorso 6 gennaio. Si districò abilmente tra personaggi torbidi, come gli hacker russi che lo sostennero via social, o come gli operatori di Cambridge Analytica, che utilizzarono un data breach sapientemente messo a loro disposizione da Facebook, per attuare la campagna social che portò il biondo platinato a vincere nel 2016, e a sfiorare la vittoria nel 2020.

Cambridge Analytica rappresentò la svolta nel sistema emotivo che si era instaurato grazie ai social media in politica. Un vero e proprio salto di qualità: prima c'era stato Obama con la sua gioiosa macchina da guerra (anche se la locuzione è un po' più antica) poi l'istinto emotivo di persone come Trump, e ora le emozioni gestite via intelligenza artificiale, in grado di personalizzare la campagna elettorale sulla base della profilazione delle persone, grazie ai dati, prima rubati all'utente da parte dei social media, e poi "gentilmente" offerti a media manager senza scrupoli. L'esempio italiano fu la Bestia (nome che abbiamo utilizzato anche qui su Veramente) di Luca Morisi. Era la fine dei moderati? In effetti, i partiti 'centristi' non avevano emozioni forti da cavalcare. Fino ad allora, avevano basato la loro fortuna elettorale sulla fiducia, il pragmatismo, la moderazione, appunto. Ahiloro, non c'era più spazio per tali istanze, nella politica che si stava preparando. Una politica urlata, rozza, volgare, che faceva perno su sentimenti inconfessabili, come appunto la paura del diverso, del futuro incerto.

Ma la fine degli anni dieci ci ha portato un nuovo sconvolgimento del paradigma sociale, e una nuova, inattesa rivoluzione nella politica. E il segno di questa svolta sono state ancora le presidenziali USA, con Trump ancora come protagonista, questa volta suo malgrado. Il tycoon più impresentabile della storia partiva nettamente favorito, anche perché l'avversario Biden era sì politico navigato, uomo da raccolta voti via cene elettorali e strette di mano, per capirsi, ma non certo un genio nell'uso dei social media. Biden, però, aveva dalla sua il virus. E questo gli ha dato un vantaggio insperato nei confronti del rivale: una paura più forte delle tre paure strillate da Trump (immigrazione, terrorismo, recessione): quella per la propria pellaccia. Trump, in questo modo, ha commesso l'errore più grave della sua carriera, presentandosi nelle occasioni pubbliche senza mascherina e criticando le iniziative anti-contagio dei vari governatori statali. È stato fatale.

Così, il candidato più pallido mai presentato dai democratici, un perdente sicuro, si è aggiudicato la presidenza, battendo un Trump mai così in spolvero, e mai così capace di usare l'informazione border-line, il terreno preferito dai social, per fini elettorali (come scritto nel citato libro di Wu Ming 1). La prova che sia stata la tanatofobia, ovvero la paura della morte, a rappresentare la svolta, si ha nell'analisi dei voti postali. La campagna elettorale di Trump è stata apertamente critica verso il voto epistolare. In fondo, se la sentiva. Era prevedibile che il voto postale fosse largamente a vantaggio dello sfidante, ma nessuno immaginava le proporzioni di questo ribaltone.

In tutti gli stati in bilico, Wisconsin, Arizona, Georgia, e Pennsylvania, i voti ai seggi vedevano prevalere Trump, che in quel caso avrebbe vinto con 302 grandi elettori contro 232. Ma i voti postali hanno ribaltato la situazione, portando alla vittoria Biden con l'identico punteggio rovesciato. Particolare attenzione ha destato il caso della Pennsylvania. Lì, una legge precisa dello stato impediva lo spoglio dei voti postali in contemporanea con quelli dei seggi. In questo modo, abbiamo avuto tutti la sensazione della rimonta clamorosa di Biden, sconfitto ai seggi, ma vittorioso per posta. La sentenza è stata inequivocabile: chi non ha avuto paura di contagiarsi al seggio, ha votato prevalentemente Trump, e chi invece ha avuto paura del Covid, e per questo ha votato per posta, ha quasi esclusivamente scelto Biden.

Ergo: i moderati hanno ora una paura su cui fare leva. Una paura più forte di quelle che hanno a disposizione i populisti: la tanatofobia. Per questo fanno ridere i giornali di oggi, che parlano della fine del populismo, di una nuova consapevolezza degli elettori, stanchi della politica urlata. La politica urlata c'è ancora, ed è più forte che mai. E urla la paura più potente, quella della Morte. Non vogliamo qui aderire alle fantasie di complotto che circolano tra i populisti. Il virus c'è stato, e si è originato a causa dell'invadenza della specie umana, che ci ha costretti alla vicinanza forzata con le specie selvatiche, che costringe milioni di animali a una vita infame per portarci cibo a buon prezzo. Questo origina i salti di specie, con cui dovremo fare i conti nel futuro.

Non è stato un complotto, non è stato un esperimento di laboratorio mal gestito. È l'esito di un'invasione colossale dell'ambiente da parte degli umani. Ma, per i Biden, i Macron, i Draghi e i Letta, è anche un'incredibile botta di culo, che ha fermato i Trump, i Salvini, le Meloni e tutti i populisti.

Cosa succederà, ora? Non possiamo dirlo: sicuramente, i sovranisti punteranno ancora tutte le loro carte sulla paura del diverso. Ma il potere convenzionale, ora più forte, si appellerà alla paura più grande, e cercherà di prolungare la tanatofobia, stiracchiando questa situazione di emergenza, fatta di coprifuoco, di lasciapassare, di militarizzazione del territorio, di aggressività nei confronti del dissenso. Le elezioni sono finite, ma scordiamoci il ritorno alla normalità. Altro giro, altro regalo. La sarabanda continua.

 

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