Lo strano modo, tipicamente italiano, di finanziare le grandi imprese con i soldi dei cittadini, che poi vengono licenziati.

Prima il maxi affare delle 440 milioni di confezioni del "cosiddetto" vaccino contro l'influenza suina, il Pandemrix, venduto a 22 nazioni con incassi per oltre 3,5 miliardi di dollari; poi i conti del terzo trimestre del 2009 in salita del 30% con un utile netto di 2,19 miliardi dollari.

Nulla, davvero nulla potrebbe andar meglio, in questo momento, per la Glaxo Smith Kline, potentissima multinazionale farmaceutica benedetta anche dal (poco) funesto virus AH1N1. Ciò che invece è difficile, alla luce di questi risultati, è spiegare, ai quasi 10 mila dipendenti su un totale di 100 mila nel mondo, la ragione per cui perderanno il loro posto di lavoro a tempo indeterminato.

A Verona, dal 1970, ha sede il Centro Ricerche, fiore all'occhiello di GSK e tra i siti di eccellenza internazionale per l'area delle Neuroscienze; qui dall'ottobre 2007 è in corso una mobilitazione-riorganizzazione che terminerà nel giugno 2010. Secondo i dati forniti dai sindacati, per esempio nell'area della Ricerca di base del Centro di Eccellenza di Drug Discovery la mobilità, divisa in due periodi, ha riguardato 40 ricercatori e 79 dipendenti nelle aree di Servizi e Produzione e pochi mesi dopo altri 97 ricercatori su 312, ovvero oltre il 30% dell'impegno di Ricerca nei settori coinvolti, per un totale di 216 unità. Nel solo settore della ricerca e sviluppo, di cui fa parte anche il "preclinico", dai 100 esuberi previsti si è passati agli 84 attuali, senza contare naturalmente i numerosi contratti a termine. Il centro nel 1980 contava 200 ricercatori che nel 2000 erano 541 e che oggi hanno raggiunto le 711 unità. Nel 2001, con la fusione tra GlaxoWellcome e SmithKlineBeecham, nasce la multinazionale GlaxoSmithKline ed il Centro Ricerche di Verona viene scelto come sede di uno dei Centri di Eccellenza in Drug Discovery, con la responsabilità della ricerca di farmaci per la cura delle malattie psichiatriche. Una corsa, per il centro scaligero, che si è arrestata d'improvviso nel 2007. I lavoratori colpiti dal provvedimento "dietetico" dell'azienda avranno tempo per sciogliere il loro rapporto lavorativo fino al 30 giugno 2010; la firma volontaria entro settembre avrebbe fruttato ai dipendenti, tra i quali affermati ingegneri alla soglia dei 50 anni che ora dovranno cercarsi un nuovo lavoro, un pacchetto di bonus economici. Scaduta tale data, il bonus è stato scalato di 8 mensilità che attualmente dovrebbero essere circa 24, assieme ad una serie di corsi di formazione gratuiti, attivati, secondo alcuni dipendenti, solo grazie alle loro insistenze. Chi a giugno non avrà ancora firmato, si vedrà licenziato in tronco e senza alcun bonus o buona uscita.

 

Ma poco o nulla distinguerebbe questa storia da quelle drammatiche di altre aziende italiane, piccole, medie e grandi, se non fosse che nell'ottobre 2008 l'Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato alla GSK Verona un finanziamento destinato proprio alla ricerca preclinica per oltre 24 milioni di euro sui 100 stanziati complessivamente dalla legge finanziaria 2006. L'obiettivo, che fa amaramente sorridere, era proprio favorire sul territorio nazionale investimenti duraturi in ricerca e sviluppo. Una enorme boccata d'ossigeno che però non ha influito minimamente sui piani della multinazionale, che non ha ritoccato i progetti di mobilità confermando quanto deciso prima dell'iniezione milionaria. Sempre secondo la nota dei sindacati, "la "nuova" strategia adottata dalle grandi multinazionali della Farmaceutica sulla Ricerca e lo Sviluppo è quella di tagliare razionalizzare, dicono, i costi della ricerca per poter concentrare lo sforzo finanziario nelle fasi successive dei test clinici, utili alla verifica dell'efficacia di nuove molecole, acquistate già "confezionate" da altre aziende". Una scelta, quella degli esuberi, che si unisce a quella di chiudere i comparti ad Alta Specializzazione, quali l'impianto chimico pilota, e di tagliare del 50% gli studi tossicologici, e soprattutto di trasferire in Inghilterra gli studi GLP, ossia quegli studi effettuati secondo gli standard richiesti per legge dal Ministero della Salute o da enti regolatori internazionali per lo sviluppo di nuovi farmaci; studi a valenza internazionale che lascerebbero a Verona solo studi di livello locale, riducendo così di fatto il prestigio e il valore scientifico del sito Veronese.

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