Mentre i nostri politici locali aprono centri commerciali come piovesse, negli USA si comincia a dubitare della loro sostenibilità.

Il centro commerciale è figlio dell'ideologia che basa l'economia sull'espansione infinita dei consumi. Nel centro commerciale non è mai giorno e non è mai notte, non piove mai, non c'è mai il sole, neanche nuvoloso. Non c'è mai freddo, né caldo, né troppo secco o umido. Impossibile anche sapere che ora è, salvo guardare il proprio orologio.

Tutto è costante, quasi come se quei signori che hanno progettato e costruito l'impianto, avessero voluto mettere al riparo la clientela dalle loro stesse fobie: l'industria teme come la morte le oscillazioni del mercato, le variazioni climatiche, il cambio di umori, i cambiamenti sociali. Baratterebbero volentieri l'anima in cambio della possibilità di prevedere tutto.

Così, in queste strutture enormi c'è un clima immutabile, la giusta illuminazione, la musica (né troppo hard, né troppo soft) viene diffusa al giusto volume. Tutto è stato concepito per permettere all'utente di effettuare con la massima serenità il proprio compito: consumare.

La domanda che pochi si pongono, entrando in questi mega-qualcosa, è: chi paga tutto questo? Luce, climatizzazione, ammortamenti di queste faraoniche strutture, piante, giardini, manutenzioni, pulizie, musica e quant'altro serva a creare questo ambiente artificiale, sono tutte voci di costo che hanno un peso enorme. Un peso destinato ad aumentare con la crisi energetica.

Tutto ciò è un fatto risaputo. Ma c'è una novità: questo tipo di distribuzione, importata acriticamente dagli Usa, sembra non avere futuro proprio nella nazione di origine: "Nel 2007 è stato aperto 1 solo ipermercato periferico in tutti gli Stati Uniti,"  scrivono i nostri amici del Sélese, "e nel 2008 non ce ne sarà nessuno!".

Mentre le città italiane rischiano di essere impoverite dall'apertura di una serie di sembra aver terminato il suo ciclo economico e urbanistico. CNN/Money ha parlato di "Morte di un'icona americana" sostenendo che "il centro commerciale periferico sta facendo la fine del Drive-in e dello Stereo-otto. Cosa lo sostituirà?"

La fine dell'era degli ipermercati è dovuta alla presa di coscienza dell'enorme danno ambientale, sociale ed economico causato dagli enormi flussi di traffico generati, dall'alto tasso d'inquinamento, dallo spreco di territorio e di risorse necessarie per mantenere in vita enormi aree cementate e dal parallelo impoverimento delle strutture commerciali cittadine con il conseguente aumento del tasso di delinquenza legato alla desertificazione delle strade.

Oggi, con il prezzo del greggio a 100 dollari il barile, la ricerca di un'alternativa diventa una priorità politica. Nonostante la propaganda, è facile riscontrare come gli abitanti delle città più grandi e attraenti, Parigi, New York, San Francisco, Londra, Roma, Madrid, vivono all'interno di quartieri urbani integrati, fanno la spesa quotidianamente in piccoli negozi al dettaglio, in mercati tradizionali o in mini-market che arricchiscono la vita e la sicurezza delle strade e delle piazze.

Un'economia eco-sostenibile, di minimo impatto e mirante a valorizzare le particolarità locali, questo sembra essere il futuro della piccola distribuzione organizzata.

Ognuno di noi può fare qualcosa, prima di tutto evitando di frequentare quelle mostruose strutture, e poi scambiandoci informazioni su botteghe che vendano prodotti locali, di alta qualità, equi e solidali, a basso costo, cercando nuove forme di commercio, tipo gruppi di acquisto, magari a livello di quartiere o di condominio.

Solidarietà ed ecosostenibilità: forse è questo il futuro dell'economia.

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