Una storia montoriese, fra paesaggio, beni archeo-storici e veronesità politica.

Sulle radici del qualunquismo destrorso che ammorba tanta "veronesità" ho ben poco da aggiungere visto che mi sono già dilungato su questo tema in un mio articolo del 2009 (1).

La foto del castello di Montorio, invece, mi punge a fondo: dal 1989 ho inutilmente ideato e tentato di attivare progetti, archeologici e eco museali per valorizzare questa porzione orientale del Comune, tuttora priva di risorse culturali riconosciute come invece meriterebbe.

Provo a far sintesi di oltre 20 anni di esperienze motivanti ma profondamente frustranti quanto ai risultati: il progetto di Parco archeo-ambientale trovava radici già in un mio articolo del 1988 (2) dove si evidenziava che il tratto di dorsale fra Ponte Florio e S.Fidenzio racchiude tracce archeologiche per almeno 50 mila anni e geo-paesaggistiche per 50 milioni. Significativo annotare che questa mia prima proposta nasceva da un triennio di attività didattiche che avevo coordinato presso la Scuola Primaria di Novaglie.

           Una seconda esperienza nacque e morì l'anno dopo con un significativo finanziamento del Comune, che servì solo a far fare (alle 3 associazioni promotrici) la pulizia dell'area-castello a costi inferiori di quanto l'amministrazione avrebbe pagato a prezzo di mercato. In quell'occasione, un piccolo ma preciso depliant,  illustrativo di un primo itinerario(3), fu stampato e quasi subito ignorato. Ovviamente l'anno seguente erbe ed incuria presero a ricrescere vanificando i risultati dell'intervento effettuato.  

Un paio d'anni dopo, quando con l'avanzamento dei lavori per la Tangenziale Est gli scavi a Ponte Florio incapparono nell'acquedotto romano (di cui si sapeva già dai primi del XX secolo!), la proposta del parco venne rilanciata allargandola al corso (romano e medievale) del Fiumicello, dalle sorgenti montoriesi alle sue tracce (sec. XIII-XX) in Veronetta. Ma la novità di questi scavi fu che avevano centrato anche una vasta necropoli paleoveneta (VI secolo a.C. circa): in breve, dopo aver accusato "i morti di fermare i lavori" (come dichiarò un politicante locale, mentre invece si scoprì che erano mancati i finanziamenti necessari a  completare l'opera) la Soprintendenza Archeologica recuperò tutte le sepolture e, con non poco impegno e tempo, fece tagliare e restaurare il tratto di acquedotto romano in vista di una sua valorizzazione futura.  Sul quotidiano cittadino si lesse che quel manufatto sarebbe stato monumentalizzato e posto sopra il sottopasso una volta terminato.  A 20 anni di distanza di quel manufatto si è persa ogni notizia (ma sedicenti beninformati narrarono che fu ri-sepolto dentro la terra della rotonda che ricopre il sottopasso!).

         Verso la metà degli anni '90 (ma per essere più precisi bisognerebbe scrivere un libro su questa odissea culturale!) un altro gruppo di associazioni locali, stimolate dai primi lavori di restauro al castello(4)  e incoraggiate dal parere dello stesso direttore dei lavori (l'arch. Arturo Sandrini, professionista di grande sensibilità, purtroppo mancato prematuramente) costituì il progetto "Ecomuseo Preafita", dal nome popolare di un antico monolito che sorge isolato a nord del castello di Montorio.

         Per una decina d'anni l'omonima associazione, con molta partecipazione di volontari e di pubblico, promosse e realizzò manifestazioni come la "Magnalonga", un itinerario enogastronomico e culturale lungo circa 8 km., articolato in tappe in cui far conoscere i principali beni culturali del territorio in questione e persino un seminario pubblico tenutosi (nel 2000) presso la prestigiosa Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere.

          Ma mentre il progetto-ecomuseo (il primo in provincia di Verona!) muoveva faticosamente i suoi primi passi, un micro-politicante di turno adocchiava il castello e in quattro e quattr'otto inventava una nuova associazione "ad hoc" per gestirlo in esclusiva, come "cosa loro", naturalmente facendola dotare di un buon foraggiamento da parte di vari enti pubblici. Si ripeteva così quel tipo di sceneggiata che in Valpolicella definiscono "ne le vigne strète anca i pali ‘i fa ombra" : il progetto-ecomuseo "non doveva esistere" (i politici-bravi, manzonianamente parlando, sono evidentemente una fissa della politica veronese) per poter, invece, trasformare il castello (che nel frattempo aveva avuto consistenti e costosi restauri comunali) in luogo per fumiganti sagre estive, condite da eventi "popolari" per nulla coerenti con la natura stessa del luogo. Del resto, alla stessa assemblea di fondazione della suddetta associazione (ero presente), le loro finalità culturali furono apertamente dichiarate: "Quei de Santa Viola i fa' i milioni: vùto che no sémo boni de farli anca noialtri col castel?".

            Con simili premesse, la qualità dei contenuti era ben prevedibile: basti citare, come esempio, i ripetuti raduni di bikers, concessi certo non per spregio al genius loci, ma per ottusa quanto consolidata politica, basata sull'alimentare reti di clientele elettorali.

Ma siccome l'ecomuseo resisteva nonostante tutto, con il solito "divide et impera" il rampante autocrate trovò il modo di mettere le associazioni l'una contro l'altra. Risultato: un decennio dopo mentre numerosi nuovi ecomusei si sono aggiunti alle decine che già operavano in altre regioni (es. Piemonte)  la progettualità ecomuseale montoriese sopravvive ma del tutto emarginata.

Ciononostante nel 2005, quando l'amministrazione Zanotto promosse il cosiddetto "Piano Strategico"(5), l'ecomuseo Preafita fu l'unica iniziativa culturale rilevante presentatasi per il territorio orientale del Comune di Verona. Con quali prospettive si capì subito: ad un tiepido interesse formale corrispose un totale disinteresse reale, a dispetto delle varie promesse più volte formulate da ben tre assessori.

Eppure, nel frattempo, altre più rilevanti scoperte erano in corso sul colle: sul versante sud l'impianto di nuovi vigneti aveva fatto emergere numerosi reperti protostorici (riferibili fra 2600 e 2100 anni fa circa)(6). Poco dopo alcuni sondaggi della Soprintendenza Archeologica misero in luce, nella stessa area, i resti di una casa seminterrata (sec. 2500-2300 anni fa circa), una scoperta resa ancor più importante dall'avervi  individuato intorno tracce di altre case simili, anzi di un vero e proprio reticolo proto-urbano(7).

      Questa scoperta fu commentata giornalisticamente  come il ritrovamento della "Verona" prima di Verona, quasi a suggerire che l'abitato fosse stato abbandonato in seguito alla rifondazione romana della città entro l'ansa dell'Adige.

Mancò il tempo o la volontà? La realtà sottostante mi venne rivelata durante un'ennesima presentazione pubblica del progetto ecomuseale: l'assessore di turno mi confidò che con l'autocrate bisognava "andare d'accordo". Oppure fu solo un episodio interno al feudo politico montoriese?

       Sarà una coincidenza ma l'anno seguente un altro progetto ecomuseale, incarnatosi a fatica (e in piena campagna elettorale) in un CD (8) sul quartiere di Veronetta  finì dimenticato già all'indomani della sua presentazione. E con l'amministrazione successiva la semplice proposta di replicare l'iniziativa con un CD simile per un altro quartiere fu immediatamente bocciata: "troppa cultura" sentenziò "l'aggressore" di turno! (9)

Concludendo quale sviluppo culturale è possibile nella "ciungòpoli" (10) di Giulietta?  L'autocrate, promosso a "pluri-aggressore", sogna di trasformare il centro storico (sedicente tale perché la Verona in riva sinistra è più antica di oltre un secolo) in centro commerciale, valorizzando l'identità locale con mercatini norimberghesi e compleanni di Giulietta. 

Per comprendere a fondo la progettualità culturale che permea gran parte dell'attuale veronesità basti citare il delirante "cono di luce alto 20 metri" (11) per fortuna bocciato dalla Soprintendenza veronese. 

Se però la "maggioranza silenziosa" (i pestapiàn avrebbe detto mio nonno, classe 1880) non si deciderà a rifiutare la "Veronaland" de "l'aggressore ai wurstel" (12) l'implosione culturale di una delle più belle città italiane non potrà fermarsi.

Un declino di cui fu profeta, già qualche anno fa, un giornalista locale davanti al primo mercatino simil-medievale allestito per l'ineffabile "compleanno di Giulietta" in Piazza dei Signori (ma uguale a qualsiasi altro in qualsiasi altra località perché animato da "truppe cammellate") quel giornalista candidamente scrisse che solo così quella piazza assumeva un aspetto veramente medievale. 

Insomma: par i orbi no' vien mai giorno ….. ossia … ci no' vede magna mosche! (13)

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PS la foto fissa la trasformazione del paesaggio a sud di Ponte Florio fra il 1985 e il 1988: come sarà diventato? Andate e fotografate … le "migliorie" intervenute negli ultimi 25 anni!

(1)    Chelidonio G., 2009: Le radici tradizionali e culturali della "veronesità", in "Quale veronesità? Per una ricerca dell'identità e delle radici , culturali ed umane veronesi in un mondo globalizzato", Atti del Convegno 2009 - Centro Turistico Giovanile, pp. 39-53, Verona.

(2)    Chelidonio G., 1988: Risalire la collina, la storia, la prei­storia, in "La Lessinia ieri oggi domani", pp. 41-48, La Grafica Ed., Lavagno (VR).

(3)    Barana G., Chelidonio G., Solinas A., 1990 : Percorso Archeolo­gico ambientale della "Prea Fita"-Montorio, Ed.Comune di Verona.

(4)    www.adnkronos.com ...

(5)    infoverona.it ...

(6)    Biondani F., Corrent G., Salzani L., 2000: Montorio(Verona). Ricerche di superficie sul Colle del Castello, in Quaderni di Archeologia del Veneto, vol. XVI, pp. 61-74.

(7)    Chelidonio G., 1999: Il parco archeologico della "préa fita" (Montorio, Verona), in  "Salvalarte",  Ed. Legambiente, Roma.

Chelidonio G., 2001 : Quando Verona era …a Montorio, in "Al castello un sogno d'estate". Ed.Comitato Ben.Carn.Montorio, pag. 15, Verona.

Chelidonio G., 2002 : L'altura di Forte Preara(Montorio) come "centro" di un'area a vocazione ecomuseale, in "La Lessinia ieri oggi domani", La Grafica Ed., pp. 131-144, Lavagno(VR).

(8)    Chelidonio G., Menichelli B.(a cura di), 2006: Veronetta: una rete di risorse culturali per oltre 3000 anni, CD, ARCI/Verona-Comune di Verona/Assessorato al Decentramento.

(9)    Opinione riferitaci da fonte credibile e interna all'amministrazione.

(10) Neologismo: dal dialettale "ciùnga" (cioè chewing gum) con cui artisticamente è addobbato l'esterno dello stallo medievale "Al Cappello". Solo da pochi giorni si stanno promettendo severe sanzioni agli imbrattatori turistici, ma per troppi anni un simile scempio è stato gradito attrattore di grulli fotografanti.  Si deciderà davvero di impedire che un "vero falso archeologico" e deturpato sia rappresentativo di Verona sul mercato del turismo di massa?  A questo proposito su internet si leggono quasi 7000 pagine di vario genere e tono, ma su un sito di turismo internazionale (www.tripadvisor.co.uk ... ) si possono leggere centinaia di impressioni di visita in gran parte irritate, certo non benevole.

(11) verocentro.wordpress.com

(12) Noto anche come "assessore al banchéto" (/it/notizie/2012-intervista-esclusiva-richeto-assessore.html )

(13) Con tutto il rispetto dovuto agli ipovedenti, preciso che questi due proverbi veronesi si riferiscono a persone incapaci di rendersi conto di situazioni che hanno davanti agli occhi.

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