Il Burionismo, con il suo altisonante coro massmediatico, non ci basta per capire.

Da settimane una giostra di numeri riempie di panico ancestrale la nostra umana fragilità, ma fa tutt’altro che chiarezza. Ci prova la dottoressa Cristina Cometti.

Cos'è, insomma, la malattia da COVID19, cos'è? Si tratta di una malattia virale che legittima, in quanto tale, il ruolo di protagonista del virologo, dell'infettivologo, dello specialista, cioè, che tutto sa sui virus ma che, tuttavia, non ci fa capire.

Un concetto tanto importante quanto poco espresso nelle comunicazioni correnti è questo: la malattia da COVID19 è una zoonosi. Mi spiego meglio: una malattia sostenuta da un patogeno (in generale, tutti gli agenti capaci di provocare malattia) che ha fatto un "salto" di specie, passando da un animale selvatico all'essere umano in cui può accasarsi così bene da riuscire a diffondersi da persona a persona.

Anche i vari tipi di influenza stagionali sono zoonosi; anche la SARS del 2003; anche la malattia nota come Ebola; e quella nota come Febbre del Nilo, la malattia di Lyme, la rabbia, la Febbre emorragica di Marburg e l'AIDS, insomma tutte le epidemie più note, tra cui la famosa Spagnola che, tra il 1918 e il 1919, riuscì a falcidiare nel mondo 50 milioni di persone. 50 milioni!

Questa malattia epidemica, poi pandemica, da COVID 19 non è, perciò, una malattia assolutamente sorprendente, diversa da tutte le altre. Gli esperti sapevano bene che, in qualche modo, c'era da aspettarselo. Già nel secolo scorso.

Eh, sì. Sulla base delle ricorrenze epidemiche del secolo scorso e dell'attuale, sulla base delle cause che persistono e si aggravano (ci tornerò più tardi), sulla base delle caratteristiche ecologiche, etologiche, microbiologiche e di biologia molecolare dei virus che hanno permesso di costruire vari e celebri modelli matematici delle epidemie, c'era da aspettarselo.

E approposito, la questione virale è così complessa che è necessario intrecciare competenze diverse e ricerche che risalgano addirittura agli antenati dei virus patogeni, ricostruendo gli alberi genealogici, per così dire, per capire comportamenti, vie di propagazione, "spillover" (salto da una specie ad un' altra), pericolosità di vari tipi virali evoluti dallo stesso capostipite...

Nel 1997, in una importante conferenza di grandi esperti internazionali in tutte le branche citate, tra cui il famoso Donald S.Burke dell'Università di Pittsburgh, furono elencati i virus che con maggior probabilità avrebbero potuto scatenare un'epidemia nel prossimo futuro: orthomyxovirus (tra cui i virus influenzali) e retrovirus (tra cui i virus HIV); orthomyxovirus, paramyxovirus e coronavirus con già provata capacità di causare epidemie in popolazioni di animali non umani e provvisti di notevole capacità evolutiva, cioè potenzialmente capaci di causare pandemie umane.

"Alcuni di questi, in particolare i coronavirus, devono essere considerati serie minacce alla salute pubblica," scrisse D.S.Burke. Sei anni più tardi, nel 2003, si verificò l'epidemia di SARS-COV e ora la pandemia da COVID19. Non si trattava di profezie, ma di seri studi scientifici.

L'importanza che hanno assunto le zoonosi emergenti è dimostrata anche dalla creazione di gruppi di lavoro e dal varo di numerosi programmi da parte dell'OMS, dei CDC (Centers for Disease Control and Prevention), dell'European Center for Disease Prevention, della U.S. Agency for International Development, della World Organization for Animal Health, e di altre istituzioni nazionali e internazionali; esistono anche associazioni private come la Eco Health Alliance e la Global Viral Forecasting Initiative (GVFI) finanziata da Google.

La cosa fondamentale da comprendere è questa: la pandemia da COVID19, come le altre epidemie, non è un accidente che ci capita tra capo e collo distruggendo le nostre abitudini e minando la nostra salute, talvolta fino alla morte. Smettiamola di ripararci dietro l'alibi delle calamità naturali imperscrutabili, fatali! Queste epidemie e pandemie sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria.

Sono gli effetti di cause studiate e note da tempo: tutte le azioni umane che stanano animali selvatici, che li portano alla promiscuità con gli umani, che provocano sistematica distruzione di habitat naturali; l'aggressiva avidità dell'essere umano che arbitrariamente è assurto a dominatore del pianeta Terra.

Deforestazione, inaridimento, utilizzo di territori sempre più vasti per allevamenti intensivi e monocolture, bracconaggio di animali selvatici a fini voluttuari alimentari o ludici o comunque per trarre profitti economici (zanne d'avorio, pelli ecc.), insediamento di individui con cultura occidentale, privi di conoscenze e sensibilità autoctone, hanno creato i disequilibri ecologici in rapidissimo incremento dall'epoca coloniale ad oggi.

All'esordio della pandemia in corso, in una comunicazione ufficiale il portavoce ONU, chiaramente correlava l'emergenza con l'azione umana perpetrata a scapito di varietà animali, vegetali e dei suoli. Possibile che l'epidemia di Spagnola non abbia insegnato nulla? Possibile che abbiamo perseguito lo stesso modello economico sociale di prima, incrementando il nostro impatto con l'obiettivo esclusivo del predominio? Possibile, evidentemente.

Che fare? Sappiamo che non esistono farmaci mirati. I ventilatori di cui tanto si parla procurano ossigeno all'organismo ammalato che non ha più muscolatura respiratoria efficiente; la terapia intensiva sostiene le funzioni vitali (respiratoria, cardiaca, gastro intestinale, renale), mettendo l'organismo in condizioni, se possibile, di reagire e superare l'infezione.

Il vaccino richiede un lungo tempo di messa a punto e, soprattutto di sperimentazione, ma la sua efficacia preventiva è comunque subordinata alle caratteristiche virali, in evoluzione-trasformazione pressoché continua e casuale, non prevedibile. (Il vaiolo è stato eliminato dalla vaccinazione, è vero, ma non si trattava di una zoonosi).

E il virus, una volta superata la pandemia se ne va definitivamente? No! Termina una fase della sua esistenza in cui si è replicato abbondantemente e va incontro ad altre fasi, a mutazioni, a latentizzazione. Non sappiamo, ma è probabile che, in qualche misura, ci conviveremo.

Questo è il cuore dalla questione. Dobbiamo cambiare il nostro punto di vista e, conseguentemente, la nostra posizione. Parliamo di questa emergenza in termini guerreschi, task force, trincea, debellare, vincere, e questo frasario, purtroppo, condiziona il nostro comportamento oltre al nostro immaginario.

Non possiamo certo eliminare tutti gli umani che hanno presentato tampone positivo e tutti i pipistrelli del mondo (circa il 25% di tutti i mammiferi della Terra) per liberarci del COVID19. Temo che il virus "se la rida".

Dobbiamo trovare equilibri, a partire da un'educazione rispettosa, da un cambio di paradigma socioeconomico. E naturalmente dobbiamo anche sapere, grazie agli specialisti, quali gruppi di virus tenere sotto osservazione; riconoscere uno spillover il più precocemente possibile, laddove l'uomo ha agito o agisce più pesantemente; affinare le capacità organizzative per bloccare le epidemie prima che diventino pandemie.

Tutto questo significa non utilizzare la scienza per fare politica ma riconoscere alla scienza la sua funzione.

Concludo queste considerazioni con un giochino. Provo a mettermi "nei panni di un COVID19": tutto intorno a me vedo un'esplosione epidemica (outbreak) di dimensioni gigantesche, un fenomeno unico nella storia dei Vertebrati.

Sì, la più spaventosa pandemia mai vista sulla Terra è dovuta ad Homo Sapiens che, in appena 250.000 anni, ha raggiunto 8 miliardi di individui e ha una massa di circa 340 miliardi di kg, una biomassa più che 100 volte maggiore di quella di qualsiasi animale terrestre di grandi dimensioni mai esistito. Figuriamoci, cosa può significare una simile abbondanza, dal punto di vista di un virus: se imparo a replicarmi nelle cellule umane, sono io il vero dominatore, eccome.

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