Dopo le varie forme di energia alternativa, le auto a combustibili miracolosi, ecco l'invenzione che salverà noi e il pianeta: la stampante 3d.

Di fronte ai sempre più sinistri segnali dal pianeta, che ormai sta chiaramente mostrando insofferenza per l'umanità, le reazioni più frequenti sono due: quella che nega l'evidenza (tanto che qualcuno parla di neo-negazionismo) e quella che cerca una soluzione nella tecnologia.

I seguaci della tecnologia spiccano per la fiducia in bianco affidata ai cosiddetti tecnomaghi, personaggi depositari di una qualche invenzione geniale, capace di garantire prosperità e sicurezza a noi e alle generazioni a venire, e in quanto tali vittime di odiosi complotti orditi da lobby petro-pluto-giudaico-massoniche per affossare il frutto del loro fosforo.

Sono figure controverse, a cavallo tra l'affascinante avventuriero e il cialtrone patentato, a seconda di come lo si prende. Il web ne ha celebrato le gesta, creando community di fanatici, che praticano violenza verbale e accusano i dissenzienti e i dubbiosi di essere schiavi delle sette sorelle. Ne abbiamo parlato qui e qui.

Qualcosa sta comunque cambiando: le aspettative di salvezza hanno fatto un salto logico notevole. Pare infatti che la tecnomagia in voga oggi non sia più rappresentata da un nuovo combustibile, derivato da qualche risorsa inesauribile come alghe, funghi o grumi di polvere sotto il letto. Né si tratta di un veicolo spinto da un'energia quasi gratuita e priva di impatto, che promette di cambiare la nostra vita.

Stiamo parlando di un'innovazione che rivoluzionerà gli attuali assetti produttivi: la stampante 3d. Apparentemente è un'invenzione innocua, ma suo malgrado è diventata il vessillo dei neo-futuristi. Essa rappresenta l'aspetto se vogliamo più concreto e materiale della cosiddetta rivoluzione digitale, quella che ha creato negli ultimi anni nuove nicchie economiche, nuove spaventose ricchezze e nuovi centri di potere mondiale (Apple, Google, Facebook e affini).

È uno strumento che, comandato da un computer, riproduce un oggetto materiale con plastica fusa, metallo fuso o altre materie prime, lasciando uno strato di materiale a ogni passaggio, livello dopo livello, con lo stesso principio con cui la stampante 2d crea un immagine.

Perché questo strumento dovrebbe promettere una così grande rivoluzione? I motivi starebbero nella sua versatilità, nel suo essere il terminale di una rete interconnessa e nel suo costo basso, per di più destinato a scendere. Secondo i suoi sostenitori, queste caratteristiche lo porterebbero a superare il concetto di fabbrica, dislocando ai massimi termini la produzione, fino a portarla all'interno delle nostre singole case.

Quando avremo bisogno di una molletta, di un bicchiere, di un pezzo di ricambio del frigorifero, potremo semplicemente scaricare un progetto da internet, e stampare l'oggetto richiesto, senza uscire di casa e senza movimentare TIR e navi in giro per il mondo. Casa nostra sarà la fabbrica, e la globalizzazione spinta all'eccesso sarà la fine della delocalizzazione.

Queste stampanti non sono una chimera: sono oggi utilizzate per produrre gioielli, parti di aerei, protesi umane e altre tecno-cose. Non resta che attendere il ribasso dei prezzi, e osservare la fine delle multinazionali industriali e dei trasportatori.

Ogni tecnomagia porta con sé un tecnomago. Ma questa ha troppi padri per poterne identificare solo uno. Certo, Beppe Grillo è uno di più famosi (ha presentato la stampante 3d in campagna elettorale da Bruno Vespa, vedi video in fondo alla pagina), ma non possiamo dimenticare Jeremy Rifkin, uno dei guru della tecnologia dal volto buono, già noto per aver cannato tutte le previsioni dal 1980 a oggi.

In realtà, anche questa tecnomagia, pur essendo più articolata e sofisticata rispetto alle sue colleghe, ha tutte le caratteristiche per essere sbufalata. La stampante 3d migliorerà la vita di poche persone, tra cui sicuramente Grillo e Rifkin, mentre il resto dell'umanità peggiorerà la qualità della propria vita. Qui di seguito riportiamo le critiche dal punto di vista ambientale, economico, sociale e filosofico.

Innanzitutto, a differenza di quanto detto su trasporti e dislocazione, le stampanti 3d sono nemiche dell'ambiente: secondo Alessandro Adami, di bioimita.it, esse usano "materiali di natura petrolifera e resine sintetiche varie che nulla hanno a che fare con la sostenibilità ambientale. Questi materiali, a fine vita dei prodotti, produrranno rifiuti difficilmente riutilizzabili. E, anche quando le stampanti 3D producono beni in metallo, utilizzano una risorsa non rinnovabile ed esauribile, con tutte le conseguenze ecologiche che questo comporta."

Senza contare che cartucce, stampanti e ricambi non saranno costruiti dal droghiere sotto casa, per cui è presumibile un bel traffico di merci in giro per il mondo per soddisfare la curiosità sperimentale dei fabbricanti domestici.

"La vera soluzione," continua Adami, "non sta nel far produrre in modo diverso prodotti che incorporano i vecchi problemi ma produrre, anche con le vecchie tecnologie, prodotti che incarnino un approccio completamente nuovo alla progettazione e all'uso dei materiali." Ma è troppo difficile, occorre pensare, e noi umani vogliamo una tecnomagia, mica un rompicapo!

Aldilà degli aspetti ambientali, lo strumento si rivelerà un flop prima di tutto dal punto di vista economico. Non sottilizziamo sul fatto che gli oggetti homemade saranno fatti di materiali scadenti, come plastica, resina o metallaccio: questa è roba da tecnici. Soffermiamoci invece sulle operazioni da effettuare per ottenere il ricambio del frigo: scaricare il progetto e stampare.

Già, ma scaricare da dove? Non penserete davvero che la Bosch, la Whirlpool e colleghi mettano in rete a gratis i dettagli progettuali dei loro ricambi? La risposta dei santoni della stampante 3d è costituita dalle parole open source. "I progetti saranno open source..."

Correva l'anno 2000 quando abbandonai per sempre il sistema Microsoft per passare a Linux: da allora sono convinto sostenitore dell'open source, ma se mi guardo intorno, che cosa è cambiato? Gli utenti Linux rimangono una parte minimale degli utilizzatori del PC. In compenso, ci sono milioni di smartphone e tablet, e nessuno ha Linux come sistema operativo, ma solo sistemi proprietari (Android compreso).

La musica libera da copyright esiste, che diamine. Ma non l'ascolta nessuno, in compenso le major discografiche la fanno ancora da padrone, e a esse si è aggiunta Apple, a farla ancor più da padrona. La SIAE non è scomparsa, in compenso campa ancora vessando i musicisti, e il suo ex-presidente è accusato di evasione fiscale.

L'unica cosa libera quindici anni fa era Internet, e oggi non lo è più, ostaggio di quattro-cinque compagnie (la già citata Apple, Google, Facebook, Twitter, e poco altro) che la monopolizzano, ricavando profitti giganteschi. In compenso quelli che si riempiono la bocca con le parole open source amano bighellonare presso i siti social di queste quattro-cinque compagnie, a cui regalano tutti i propri dati personali, favorendone il successo e il controllo della rete.

L'open source è morto, non infieriamo sul suo cadavere. Tutto fa presagire che i progetti da scaricare saranno o gratuiti e sgrausi o buoni e costosi, e costeranno più di quanto costa oggi farsi arrivare il pezzo dalla Cina, con materiali di maggiore qualità.

Ma l'aspetto più preoccupante della globalizzazione estrema prodotta dalla stampante 3d è senza dubbio quello sociale. Ci troviamo in crisi profonda a causa della sempre minore esigenza di manodopera, peraltro dislocata nelle parti del mondo a minore tutela sindacale: che cosa accadrebbe se tutte le fabbriche, o buona parte di esse, chiudessero d'emblée?

Il potere economico si concentrerebbe nelle mani di pochi produttori di progetti validi, spazzando via tutti i concorrenti, secondo la logica di "The Winner Takes It All", che non è solo una canzone degli Abba, ma il paradigma economico della rivoluzione digitale.

"In linea di principio consideriamo il salario di un dollaro l'ora inaccettabile," sostengono Brynjolfsson e Mcafee, economisti del MIT. "Ma in uno schema estremo tipo "The Winner Takes It All" il salario di equilibrio potrebbe essere pari a zero: anche se offriamo gratis l'incisione di "Satisfaction" cantata da noi, la gente preferirà pagare 99 cent (il prezzo iTunes di Apple per una traccia canora - n.d.r.) per la versione cantata da Mick Jagger. Nel mercato della musica, i Rolling Stones possono fare infinite copie digitali del loro pezzo, ciascuna delle quali sarà preferibile alla nostra." (Erik Brynjolfsson e Andrew Mcafee, The Second Machine Age, 2014)

La digitalizzazione della produzione comporta il costo marginale nullo, per cui il prodotto migliore costerà quanto quello peggiore (cioè zero), quindi quello migliore conquisterà il 100% del mercato. Questo è ciò che ci aspetta nell'era digitale: poche persone ricche come nessuno lo è mai stato (i fondatori di Google,di Apple e Facebook) qualche migliaio di lavoratori a produrre cosi digitali a compensi onorevoli, qualche milione di schiavi e il resto disoccupati.

Se a Grillo e Rifkin questo piace, non possiamo farci niente, ma credo non sia solo questione di gusti. È una questione di trovarsi dalla parte sbagliata della barricata, assieme alla stragrande maggioranza dell'umanità.

Infine una critica di tipo filosofico. Se i problemi (la globalizzazione, la perdita di potere del consumatore, la delocalizzazione della produzione, la cronica necessità di quantità sempre maggiori di energia etc.) sono causati dalla tecnologia, è stupido tentare di risolverli con dosi maggiori di tecnologia. Un sistema che soffre di eccessiva complessità non potrà che peggiorare in seguito a un'iniezione di ulteriore complessità.

La sensazione è che le stampanti 3d modificheranno poco o niente della nostra vita. Se le consideriamo il terminale materiale dell'economia digitale (o a costo marginale nullo), quel poco che cambierà sarà sicuramente in peggio.



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